BONO è una storia d’amore a molti strati e pochi gradi di separazione.

BONO, quattro lettere, quattro persone diversissime tra loro ma sotto sotto simili, unite dal comune denominatore dell’amore, della passione, della curiosità, dell’entusiasmo, della sfida con se stessi. E perché no, da una certa follia.

BONO è Irene Di Meo, Leonardo Rindone, Paolo Iannace, Sara Carenzi. In ordine strettamente alfabetico, mi raccomando.
Ci piace pensare che siamo degli splendidi quarantenni, boni dentro e fuori. Tranne Sara, Sara è certamente bona dentro e fuori, ma è una splendida trentenne.

Potremmo raccontarvi in molti modi come ci siamo incontrati e come è partito il nostro progetto, ma siamo folli, e preferiamo dirlo con le parole di Sara. Un po’ favola, un po’ gossip, un po’ flusso di coscienza.

Questa è la nostra storia.

Irene ama Leo, Sara è amica di Irene, Paolo conosce Leo da tempo immemore per lavoro, ma si innamora della visione creativa di Irene.
Sara e Paolo scoprono di essere dello stesso segno zodiacale.

Leo è il Bono di Irene,l’antropologadj. Sara è uno scenografo costruttore, Paolo un serio commercialista con la passione per i giri in barca sul Garda.

La storia inizia quando Irene, nota foodlover e mamma di tre figli inglesiromani, si innamora di un mastro oleario e motociclista del Nord ma non troppo.

Lui altissimo, riccissimo e bonissimo, tanto da essere soprannominato il BONO della Clash (pseudonimo di Irene).

Sara, dalla cucina di Cenerentola Pret a Manger, il suo piccolo ristorante torinese, segue l’amore della sua amica con la certezza che una gioia condivisa raddoppi. Sara è uno chef che ha un nuovo amore non torinese e medita di rimettere in gioco tutto per seguirlo quell’amore.

Irene e Leo, il frantoiano, intanto meditano un nuovo progetto di vita, lontano dall’Italia, un lavoro insieme che ancora non ha una forma precisa.

Sara, Irene e Leo si confidano le loro reciproche intenzioni e, in un numero incalcolabile di messaggi condivisi, decidono: di voler produrre olio extravergine che lavori sul concetto di sapore e non di geografia, di voler restare in Italia, di avere più idee che risorse, di avere il marchio sotto agli occhi, lì, scritto a caratteri cubitali, lo vediamo tutti, no? Nasce BONO, in noi.

Leo ha un bravo commercialista, serio, competente e amico. Irene, già Imperatrice e nota per il dono della sintesi questa sconosciuta, si siede al tavolo di Paolo e racconta di questa idea geniale, nata dai rapporti umani, tentando di capire come reperire dei fondi reali per farla davvero questa mattata. Paolo, ancor oggi non sappiamo se stordito dalle settemila parole al minuto, ma sospettiamo fortemente fosse perchè sotto a giacca e cravatta nasconde un’indole visionaria, decide di essere il nostro finanziatore.

Non solo abbiamo BONO, ma abbiamo anche il nostro personale supereroe a bordo del suo carro a due cavalli. Nasce BONO S.r.l., anche fuori da noi.
Un ufficio vista ulivi, in frantoio, è la sede del progetto. Non solo ufficio, ma anche cucina e fucina di ricette in cui l’olio è considerato un alimento vero e proprio. Perché BONO è un contenitore creativo, un circo gastronomico in cui il gioco dei sapori si amalgama al desiderio di agire concretamente una vita gustosa e sempre itinerante.

BONO è una storia d’amore e di irrinunciabilità al proprio modo di esistere.
Irene non può frenare idee visionarie e parole a tempo, mentre riempie l’ufficio di vinili, romanzi, libri d’arte, divani, poltrone e tavolini da caffè.
Leo non riesce a smettere di infilare naso e palato tra cultivar imaginando nuovi sapori.
Sara non sa pensare un mondo fatto di meno di cinque pasti al giorno in cui ogni piatto possa raccontare una storia.
Paolo non può evitare di seguire numeri e regole perchè è un sognatore metodico e lungimirante. È merito suo se a tratti Irene e Sara tornano con i piedi per terra, ma soprattutto se la maggior parte del tempo sono lasciate pascolare felici nel loro pratone di idee.
BONO è un collettivo creativo, “ A diventare una comune il passo è breve!” dice Irene.